Primo post del 2010, un anno fecondo, da come mi é stato pronosticato.
Spero, più che altro, un anno meno faticoso. Non so se migliore é la parola giusta. C’é tanto di bello in un anno, per quanto statisticamente schifoso possa essere. Ci sono poi alcuni anni in cui ti senti che al 31 dicembre sei più grande della persona che eri al 1 gennaio. Nonostante le difficoltà e la fatica di alzarsi, in gran parte dei giorni di quell’anno, senza sapere che fine si fa. Nonostante il dolore di arrivare fin là, magari ti ricordi degli abbracci dei sorrisi e delle parole di persone che ti vogliono bene. Sapere che i problemi non sono finiti beh, é più leggero sapendo che c’é qualcuno a cui fa piacere alleggerirti un pò.
E insegna molto. E ti ripaga di tante cose. Di serate passate nella sala fredda di una palestra a 30 km di distanza per fare lezione e dare qualcosa, o anche di libri letti e di giornate passate spulciando informazioni alla ricerca di esercizi migliori per ognuno, O forse anche di un ‘hey, ti vedo giù, ma che é successo?’ inaspettato da un collega solitamente apparentemente distaccato (io),che é costato un pò di fatica. Intanto ci butto là il primo video di questo post, così, con nonchalance, tra l’altro pensavo che quasi tutti quelli che metterò saranno già apparsi qui sul blog, ma vabbé
Ci sono anni in cui le cose nascono un giorno, e l’altro ne muoiono altre. Anni in cui un giorno muore un amico e l’altro nasce qualcosa di grande nella tua vita. Ogni giorno succede, ma non lo vediamo, finché non succede a noi. E magari tutto quello che é successo, errori, stupidità, perdita, fatica e sofferenza senza senso, nostra o di chi ci sta attorno, ti rende un pò migliore ogni giorno, sicuramente più forte, e soprattutto in alcuni momenti bisognerà scegliere un pò cosa fare, prendendo un pò di cazzotti dal mondo, come regolarsi per il seguito. Un giorno si sceglierà di odiare ’sta vita di merda. Un altro magari di dare ragione ad un pluriomicida da telefilm pensando che ‘Life has not to be perfect, it just has to be…. lived.’. Tutte queste giornate, affrontate col sorriso o con un grugno incazzato, aprendosi o sfidando il mondo a colpirti più forte, hanno, in comune, la sensazione di essere una macchina che corre, senza quasi più benzina.
E però continui a correre. Dopotutto non c’é molto altro che sai fare. O che sei buono a fare. Andare, dare sudore a quelle cose che contano per te. E ascoltare le persone, cercare di capire e sentirle. Magari farti domande che non ti sei mai fatto, domande anche un pò scomode, che ti mettono spalle al muro. Da cui partono riflessioni, su persone che ti sorprendono, o che ti deludono, nonostante anni di amicizia e dedizione. E prendi decisioni. Sempre correndo però. E se davvero avremo finito la benzina, beh…. che fare …
E vabbé andremo con la frizione, o senza marcia, anche se non si potrebbe, sperando di durare il più a lungo possibile.
Perché c’é a chi quel motore, altro che senza benzina. Ti ritrovi a pensare a cosa rappresentava per te quella persona, cprima che il motore esplodesse, così, senza un perché. Un perché c’é sempre, ma non é alla nostra portata. E allora ancora domande. Domande di quelle che ti cambiano, tra un battito di ciglia e un altro degli occhi sbarrati in una notte d’estate in cui vorresti tenerti abbracciato a chi cerca, faticosamente, di riempirti continuamente il serbatoio, ma il corpo si rifiuta.
Come biasimarlo, cù ’stu caldo. E piano piano inizi a pensare cosa fosse per te quella persona, cosa ti ha insegnato in quel pò di tempo condiviso, magari sempre distratti da altro, e ti ritrovi, sudatissimo, dolorante, a due ore dalla sveglia a sorridere, e poi a ridere pensando a quel pò di tempo. E ti addormenti sapendo che qualcosa di buono é nato in te a causa di quelle persone. Magari eri solo un bambino, ma lo sai. E sperando che quando sarà il momento, qualcuno pensi lo stesso di te.
E vedi piano piano sfilacciarsi qualcosa per cui hai lavorato duro per quasi dieci anni, e il tutto inizia da te. Da dentro di te, da quel corpo che hai cercato di sentire, da cui hai imparato tanto, e che tutt’a un tratto decide che non avevi ragione tu, ma tutti quelli per cui quel sudore era sprecato, passatempi da ragazzini, da ignoranti e nullafacenti. E ogni giorno quelle riflessioni fatte mesi prima si dimostrano più vere e fondate, ma non puoi trasformarle in fatti, nelle condizioni in cui sei. E vedi che c’é chi, coscientemente, o no, trascura e esce da progetti lunghi anni. O li lascia andare là, a morire senza lottare, per la codardia di non mettersi in discussione. Sperando che magari qualcun altro li porti avanti. Senza nemmeno saltare prima che la nave affondi, magari. E in un altro contesto qualcuno invece lotta anche per te, credendo fortemente in te,cercando di farti andare avanti crescendo sempre di più, imparando e affrontando problemi nuovi e vari e grossi.
E in tutto questo, magari, non c’é tanto tempo per ringraziare chi insieme a me sta sopportando quest’anno non solo in prima singolare, ma anche in prima persona plurale, e che ha deciso quest’anno di mettersi al dito un peso bello grosso, e di toglierne un bel pò dalle mie spalle. E di dirle tante cose, che, come ho già scritto, questa canzone un pò dice. E richiama sensazioni che beh, dopo anni, sono sempre uguali.

