“Non avere paura del lupo, figlio, perché il lupo sei tu.”

•sabato, 24 dicembre 2011 • Lascia un commento

Alfine giunse natale.

Stavolta senza stampelle.

Alla fine di un anno, se mai ne ho vissuti di simili, veramente di merda. Purtuttavia é arrivato Natale, siamo tutti ancora (inaspettatamente) qui. E ci stringiamo un pò di più del solito e siamo anche più contenti del solito. Primo Natale senza stampelle dopo due inverni zoppicanti. Secondo Natale col ninno, anche se l’anno scorso era un aggeggio un pò più facile da trattare e contenere, ma anche molto meno partecipativo.

Iniziamo questo bilancio natalizio con il lavoro. A parte tarantelle, é stato un anno in cui sono venute in superficie tutte le bestie che nuotavano sott’acqua, nella ridicola lotta per il potere in quella regione campania che é immobilizzata da avidità e incompetenza abbastanza diffuse, ma che arrivano fino a un certo livello. Man mano che si scende di livello subentrano la sfiducia, lo schifo e l’insofferenza.

Che, alla fine,  é bene che ci sia. Spingerà quelli che si sono fatti il culo per decenni a stringere i denti,  o a prendere i forconi. Perché se non é vero quello che si dice della manovra finanziaria, che pagano sempre gli stessi, sicuramente é vero che i livelli alti di cui si parlava prima, sono spesso trattati bene a prescindere da quello che fanno. E così si va verso il baratro,  nonostante chi fatichi si spacchi la schiena sopra e sotto i treni.Perché se é vero che il lavoro paga sempre, non é vero che ha sempre uguale valore. Siamo in un sistema, tutti collegati da frecce, fili di lana o seta o nylon che ci vincolano nei movimenti, in dipendenza di quello che succede e che fanno gli altri, ci racchiudono come bozzoli o ci feriscono. Per cui magari se io mi gratto la pancia (o chiacchiero di yacht, pianifico scalate al potere, o manovro per nascondermi nell’ombra), tolgo tutto il senso al  lavoro di qualcun altro, non riesco a supportarlo, spezzo un anello di quella catena di cui siamo tutti parte per produrre quello che é racchiuso nelle chiacchiere scritte nella ‘missione aziendale’. Vanifico il lavoro di tanti. E chi fa affidamento sul nostro prodotto, beh, che si fotta. Prenderà la macchina, o l’autobus se non può permetterselo.  E’ molto diverso da chi fa un errore cercando di fare il proprio lavoro. Molto. Ma se non riusciamo a comprenderlo, beh.

Sono finiti, o sospesi, chissà, gli anni meno dignitosi della politica italiana. Non i peggiori, probabilmente, ma sicuramente i meno dignitosi. Giullari nani ballerine bestie feroci che andavano in giro a rappresentare l’italia, mangiando sulle spalle di quelli che invece si fanno il culo, mantenendo le proprie vite ignobili.

Ignobili, é un pò forte, ma é così. Non voglio entrare nel dettaglio, che m’incazzo, ma  é così. E lo sappiamo bene, anche chi li ha incoscientemente mandati a comandare, lo sa, anche se la sua coscienza si ribella, é anche colpa sua. Oltre che di quelli, tra cui mi annovero, che non hanno fatto abbastanza per combatterli.

Per cui buon Natale, e per l’anno prossimo cerchiamo un pò tutti di combattere di più perché i parassiti che stanno in giro non riescano a sopravvivere facendo quello che hanno sempre fatto, e tenendo ognuno un pò più d’occhio il terreno che difendiamo ogni giorno, mostrare i denti, abbaiare e se necessario azzannare chi voglia sporcare con la propria disonestà quel fazzoletto di dignità che difendiamo.

In bocca al Lupo.

 

 

 

Ti fai il culo e non te ne accorgi….

•sabato, 24 dicembre 2011 • Lascia un commento

Semplice. E’ una cosa che si chiama Supersetting.
Si usa nel bodybuilding da anni, e serve proprio a quello, tra le altre cose.

Dà la possibilità di concentrare il lavoro nel tempo, sfruttando in parte il tempo in cui stai facendo altro per riposare un gruppo muscolare. Questo almeno quando gli esercizi sono molto semplici o semplici.

Per esercizi complessi il discorso é più complicato ma rimane fondamentalmente invariato.
Bisogna ovviamente scegliere con cura intensità e tipo degli esercizi, e in questo aiuta l’esperienza, oltre che la conoscenza, perché ovviamente anche se lavorano allo stesso modo, due esercizi potrebbero essere accolti in maniera diversa dall’aula, sia fisicamente, per differente intensità, sia psicologicamente, per difficoltà intrinseche nel movimento (esempio non perfetto, ad esempio, bananeira e parada de mao), o ovviamente dipendenti dall’atleta in questione.

Perciò lo utilizzo principalmente con categorie molto diverse di esercizi, sia per tipo tecnico, sia per capacità atletica, ad es.: Quedas de rins, poi movimenti in piedi, poi verticali, poi calci, banalizzando moltissimo, visto e considerato che ognuna di queste categorie contiene tanta roba e esercizi diversi.

Axé!

Com natureza …

•giovedì, 12 maggio 2011 • Lascia un commento

“Uma vez que voce tem um objetivo na mente, a manifestaçao fisica desse objetivo vai sair com natureza no corpo” - Chicago

Sembra semplice, detta così.

Ma quel ‘com natureza’ va costruito.

Anni e anni di ripetizioni, di movimenti, di piccoli miglioramenti, cambi di orizzonti, cambi di sensazioni e sentimenti.

Ci sono varie canzoni che cantano della voglia, della foga del principiante che cerca di bruciare le tappe del percorso, trascinati dall’energia che la capoeira dà e dai primi passi che ti portano nel mondo nuovo. Dicono tutte più o meno le stesse cose, ‘…. agua demais até mesmo mata a planta.’ . Anche la troppa acqua può uccidere una pianta. Una volta imparate le prime cose, ci si annoia a provarle e riprovarle, con martello e scalpello affinarle, farle entrare dentro, farle diventare parti di un linguaggio.

Il Jogo de Capoeira é un dialogo, e le tecniche sono le sillabe. Un principiante é come un bambino (uno spettacolo affascinante, vedere come cambia  il modo di guardare, di toccare e afferrare le cose, comunicare e muoversi), impara a dire le prime sillabe molto rapidamente; ma per iniziare a parlare ce ne vuole. Inizieranno a uscire prima le prime parole, quelle semplici (pa-pa, ma-ma), poi un pò più complesse. Poi le prime frasi. Poi i periodi lunghi, poi i discorsi, inizia a migliorare la forma, le modalità di motivazione e di sostenere le idee, di gestire il contraddittorio o lo scambio di informazioni. Iniziano gli inghippi.

Molti di noi non arrivano nemmeno a metà del percorso; io stesso che scrivo questo blog ogni tanto, e che scrivo già molto meglio della maggior parte di quelli che conosco, mi rifugio spesso in costruzioni brevi, poco articolate, per mantenere una certa facilità di pensiero e scrittura.

Senza ma-ma e senza ba-ba non si arriverà mai a batracomiomachia (la parola), figurarsi a leggere il poema. Così senza ginga non si arriva a nulla, nel jogo, così come senza le basi non si arriva alla costruzione di un dialogo complesso, nel jogo; tutt’al più si arriverà a brevi sprazzi di dialogo immersi in decine di movimenti solitari. Più si sarà capaci di capire cosa sta succedendo di fronte a noi in roda, cosa che, per quanto io pensi sia basilare per un capoerista, non é così diffusa. Purtroppo, spesso l’umiltà di valutarsi per quello che si é non c’é. Si pensa di aver raggiunto dei grossi traguardi quando si riescea ‘ffà o’piezz”, che poi sarebbe una approssimazione sporca e imprecisa di qualcosa di visto fare, e poi si passa appresso. Senza lavorare sulla pulizia, la precisione, il perfezionare qualcosa di cui si é iniziato a capire vagamente e istintivamente le meccaniche, per portarlo avanti, inserirlo in una parola e, poi, una frase.

Capoeristi balbettanti, insomma.

It’s all about love.

•sabato, 19 febbraio 2011 • Lascia un commento

Detta così fa tanto Mariah Carey,  ma in realtà si riferisce ad uno spettro più ampio di riflessione. Ognuno di noi fa scelte in continuazione, e alla fine la nostra vita sarà il risultato della catena di azioni e scelte intraprese. Ognuna di quelle scelte é basata sull’amore. Su cosa amiamo di più tra uno spettro di possibilità.

Amiamo di più lavorare e far andare avanti la nostra azienda, o galleggiare e fare i bellilli con i potenti?

Guardare al potere come i lacché o come i ribelli (quelli veri, non gli sterili fantocci adolescenziali che credevamo lo fossero)?

Mangiare o stare a dieta?

Fedeli o infedeli?

Egoisti o Altruisti?

Semplice.

E poi se qualcuno ci farà vedere un albero con le nostre scelte, prima o poi, ad ognuna vedremo come ci siamo regolati, consciamente, e inconsciamente. Sarebbe carino.

San Valentino … Ieri riflettevo su come parlo dei rapporti d’amore con gli altri. In modo semplice. Forse sono io ad essere stato fortunato. Probabilmente si. Per me non c’é stato tanto dubbio, tanto di che pensare. Ho provato tantissimo a mettermi i bastoni tra le ruote, a fare cazzate il più possibile, ma é sempre stato tutto molto chiaro. E non é che fossi in chissà quale periodo di spiccata maturità rispetto agli altri con cui parlo adesso. Semplicemente ho avuto la rivelazione immediata di quello che doveva essere.

E poi, rinnovare ogni giorno questa rivelazione con presenza, e vicinanza. Fisica e sentimentale.

Tant’é. Molto semplice.

E ogni giorno scegliere.  Scegliere di dare il meglio di sé per fare andare avanti quello che c’é, e farlo sempre più grande.

Qui a questo punto ci starebbe bene una canzone di giovanotti, se fossi un post-adolescente decerebrato.

Invece…

 

Un pollo con una zampa sola …. mangia … cade.

•sabato, 11 dicembre 2010 • Lascia un commento

Nezinho. Nel titolo. Un’altra delle tante esperienze che mi ha dato la capoeira. Tutte significative, tutte che sono rimaste là a  macerare nella mia testa fino al momento debito.

Un’esperienza come quella di essere in stampelle. Mai avuta. Si, infortuni, tarantelle a dozzine tra me e il mio corpo, a volte ci siamo guardati in cagnesco per un pò, adesso ci rispettiamo. Lo spingo, spero mai troppo, perché mi faccia andare avanti. A scarrozzare sui treni, a jogar capoeira, a tenere in braccio mio figlio.

Tutte cose che sono sospese per un pò.

Vorrei prendere un pò di frasi dettemi in ordine sparso negli ultimi giorni da qualcuno che mi hanno dato un pò di spunti per riflettere.

Come dice il saggio, ‘roda gira, nas voltas que mundo da, quem hoje esta de baixo, amanha vai està pra cima‘. La ruota gira, e tutti saliamo e scendiamo. e nel frattempo utilizziamo le nostre energie per cercare di rimanere  / salire il più in alto possibile. Coincidenza, m’é stata ripetuta in italiano per telefono da mia cugina. Forse perché un’operazione chirurgica é proprio un momento di slancio verso l’alto. Beh, si, é questo oscillare comunque che fa la nostra vita, che ci rende la vita interessante. Sarà poi che ognuno di noi ha una propria idea di alto e basso differente e propria a seconda delle proprie esperienze, educazione, cultura, e che la mia idea si sposta in continuazione verso l’altro, sono incontentabile, direbbe mia madre. Infatti al momento non é che sto tanto de baixo, se ci penso bene. Ma sempre in stampelle.

E questo si collega alla seconda citazione ‘Vi invidio moltissimo, nel senso buono, però‘.

Detto dalla persona che mi ha messo su quel tavolo operatorio su cui stavo due settimane fa a quest’ora, attraverso cui ho risolto una grossa parte dei problemi che finammò il padreterno m’ha mandato. Con un figlio i problemi diventano mille volte di più, lo so, non immagino proprio, ma per ora …. fortunato. Fortunato perché ho avuto genitori con un cervello, che mi hanno amato e mi amano senza dimostrarlo troppo, a cui sono riuscito a far scampare una notte in ospedale. Non si dovrebbe stare una notte in ospedale col proprio figlio di trent’anni.  E’ compito degli amici, questo. E fortunatamente ne ho avuto uno.  Ma l’invidia si riferiva a mia moglie, a mio figlio. Al coraggio di costruire una famiglia. In una terra in cui avere speranza é un lusso, e comunque richiede molto coraggio. Perché alzarsi ogni giorno, e andare a lavorare mettendosi l’armatura per cercare di non essere corrotto dal qualunquismo pagnottistico e dall’accattonaggio al potere che ti circonda, e portare un pò di quelle competenze che pian piano ci si costruisce nelle operazioni di ogni gioron, finché qualcuno non decide che non serve competenza, ma accondiscendenza. E mille volte fortunato se ho qualcuno a fianco che quando torno a casa mi abbraccia per farmi capire quanto mi ama, e ogni mattina mi risponde ‘vai amore mio’ al puntuale ‘nun c’a facc” di ogni mattina feriale, dopo essere stata svegliata quel paio di volte dal piccolo, amorevole demone urlante.

Passiamo a ‘E’ una prova in più, per farti diventare più forte‘ . Risposta: Bellicazzi.

Ma quante cazzo di prove? E poi, ero così debole all’inizio? E quanto devo diventare forte? Ma vabbé, anche qui perplessità solo se guardo solo a me stesso. C’é chi di prove ne ha superate parecchie parecchio più dure. Se guardo a me stesso tre anni fa, un bel pò di dolore in meno, un bel pò di tristezza, errori, e cose belle in meno, penso che mi troverei abbastanza diverso da ora, non so quanto mi piacerei. Anche se tre anni sembrano pochi, probabilmente approverei poco :) Ma alla fine già ero più o meno quello che sono adesso, forse solo meno cosciente del mio essere solo un fagiolo nel calderone dell’umanità. Questo si collega a:

Io farei fare a tutti due cose: il militare e del tempo in ospedale‘ il sig. apicella, mio vicino di letto.

Tempo in ospedale non so se da paziente o per aiutare, cmq, sicuramente passare una settimana in una camera da quattro letti con altre tre persone che stanno passando altri guai non può che farti capire un pò di più quanto siamo bene o male tutti uguali, quando soffriamo. Immagino che lo siamo anche in guerra, messi davanti all’obbligo di uccidere, se non si vuole morire. E il contatto con la sofferenza altrui bene o male non può che farti riflettere. Sul fatto che, dopotutto, i guai passati da te non sono tanto terribili come ti piace pensare nei tuoi pensieri notturni. Quelli in cui ti dipingi come una vittima del padreterno o del caso, o dei complotti altrui. Puttanate, dopo tutto. E magari esce l’uomo che é in te, quello capace di tante cose a dispetto di tutto. Quello degli Enea, Majorana, di quelli che vanno avanti nonostante tutto, e tutti. Quelli che si mantengono limpidi nonostante lo schifo intorno, in una terra di compromessi e camorra.

O magari continui a piangerti addosso, bah.

 

 

E quando si é papà?

•sabato, 23 ottobre 2010 • 1 commento

eh, cosa succede?

 

Non lo so bene, ci sto dentro.

Ma si hanno tante speranze, e tante paure. Più del solito. Si é anche orgogliosi del fatto di aver fatto una scelta di vita, importante. Di vita nel senso di dare più vita a questo mondo.

Potevamo evitare? Forse si. Ma a trent’anni impari che dopotutto, sei un essere umano, e sei fatto per questo. Andare e moltiplicarti. Ad andare ho avuto qualche difficoltà, in ‘sto periodo. E tutto il resto sono cose man mano meno naturali, man mano più inutili, se ci pensiamo bene. Arrivando al limite con la gente che si compra puttane e ville ad antigua, assetati di potere e denaro.

Comunque, i pensieri che passano in questi giorni possono essere riassunti più o meno come “Marò. Ce la farò a farlo andare oltre me?”

Semplicemente, spero che sia più grande, migliore, più in armonia con quello che gli girerà attorno. E spero di riuscire a accompagnarlo, spingerlo, prendere per mano fino a dove io non sono mai stato, anche quando inizierà le sue guerre contro di me.

E sperare che dopo saremo ancora insieme, e si potranno riconoscere un pò di quei granelli che saranno i miei pensieri nella sua storia e nella sua mente.

Sarò ripetitivo, ma un pò di musica ce vò:

 

Quando si muore.

•lunedì, 5 luglio 2010 • 1 commento

Quando si muore, non si pensa più al proprio ruolo. Non si pensa più al fatto di essere qualcosa per qualcuno.

Non si pensa più di poter valere qualcosa oltre il proprio stipendio, e si cerca solo di prendere qualche moneta in più oppure far vedere di essere grandi. E si pensa di dover schiacciare chiunque faccia notare che forse non é questo il meglio della gestione aziendale, che i soldi risparmiati con i calcoli, le previsioni, le valutazioni, le piccole picconate che si danno al sistema possono essere semplicemente buttati nel cesso con una piccola manovra di acquisto o affidamento appalti.

Ti dimentichi, che potresti cambiare il mondo. Cosa fai tutta la giornata? Complottini, tiri mancini, bastoni tra le ruote. Chiamiamo i referenti politici, sentiamo che potere ho. Cerchiamo di riscuotere i debiti, vendiamoci l’indipendenza, perché mi sono ficcato in mente che non può esserci indipendenza oltre quello che voglio io. E gli altri? Incompetenti e lenti e stupidi.

Capire che bruci di essere stati messi da parte, lo si capisce. C’é una possibilità di costruire, e non si costruisce, si distrugge il più possibile, si porta all’immobilità un’azienda che già ha le sue difficoltà a cercare di essere competitiva.

Vabbé. Tutto ciò per lanciare la canzone:

Tempo di Elezioni

•mercoledì, 24 marzo 2010 • Lascia un commento

Il tempo di elezioni é così, nelle aziende di trasporto pubblico campane, un pò sospensione, un pò guardarsi le spalle, voltagabbanismo a tutto spiano che segue i sondaggi,  un pò ‘vi farò vedere io’.

Niente lavoro, assolutamente.

Solo cercare di entrare nelle grazie dei capi vicini ai politici pronosticati come vincenti.

E si verificano fenomeni strani per cui se hai lavorato per cercare di dare dignità professionale a qualcuno, questo qualcuno si ricorda che ‘professionale’ é fuori dal proprio vocabolario, e preferisce stare lì appeso, con la lingua azzeccata al culo del capo. Sono scelte, e valutazioni sbagliate sulle persone. Succede.

E quindi, niente ferrovia, niente di niente. Solo paraculeggiamento e movimenti di sbieco per garantirsi il meglio dal succo delle promesse di qualcuno che, intanto, ti usa a suo piacimento. E tu sei un pesce talmente piccolo e sprovveduto, che non te ne accorgi nemmeno. O speri, speri che ti sia riconosciuto qualcosa, non per le tue capacità, per la tua conoscenza, ma solo per la tua disponibilità ad asservirti, e fare qualsiasi cosa, fuorché qualcosa di costruttivo e qualificante, come dicevamo. Troppo impegno. Fotocopiare e  fare l’autista é bello.

Ovviamente, tutto ciò scritto da chi ancora non ha imparato a campare, a fare la faccia bella a persone senza contenuti e competenze, a piegarsi a qualsiasi richiesta, a vendersi per un pò di showtime.

2010

•giovedì, 14 gennaio 2010 • 1 commento

Primo post del 2010, un anno fecondo, da come mi é stato pronosticato.

Spero, più che altro, un anno meno faticoso. Non so se migliore é la parola giusta. C’é tanto di bello in un anno, per quanto statisticamente schifoso possa essere. Ci sono poi alcuni anni in cui ti senti che al 31 dicembre sei più grande della persona che eri al 1 gennaio. Nonostante le difficoltà e la fatica di alzarsi,  in gran parte dei giorni di quell’anno, senza sapere che fine si fa. Nonostante il dolore di arrivare fin là, magari ti ricordi degli abbracci dei sorrisi e delle parole di persone che ti vogliono bene. Sapere che i problemi non sono finiti beh, é più leggero sapendo che c’é qualcuno  a cui fa piacere alleggerirti un pò.

E insegna molto. E ti ripaga di tante cose. Di serate passate nella sala fredda di una palestra a 30 km di distanza per fare lezione e dare qualcosa, o anche di libri letti e di giornate passate spulciando informazioni alla ricerca di esercizi migliori per ognuno,  O forse anche di un ‘hey, ti vedo giù, ma che é successo?’ inaspettato da un collega solitamente apparentemente distaccato (io),che é costato un pò di fatica. Intanto ci butto là il primo video di questo post, così, con nonchalance, tra l’altro pensavo che quasi tutti quelli che metterò saranno già apparsi qui sul blog, ma vabbé :D

Ci sono anni in cui le cose nascono un giorno, e l’altro ne muoiono altre. Anni in cui un giorno muore un amico e l’altro nasce qualcosa di grande nella tua vita. Ogni giorno succede, ma non lo vediamo, finché non succede a noi. E magari tutto quello che é successo, errori, stupidità, perdita, fatica e sofferenza senza senso, nostra o di chi ci sta attorno, ti rende un pò migliore ogni giorno, sicuramente più forte, e soprattutto in alcuni momenti bisognerà scegliere un pò cosa fare, prendendo un pò di cazzotti dal mondo, come regolarsi per il seguito. Un giorno si sceglierà di odiare ‘sta vita di merda. Un altro magari di dare ragione ad un pluriomicida da telefilm pensando che ‘Life has not to be perfect, it just has to be…. lived.’. Tutte queste giornate, affrontate col sorriso o con un grugno incazzato, aprendosi o sfidando il mondo a colpirti più forte, hanno, in comune, la sensazione di essere una macchina che corre, senza quasi più benzina.

E però continui a correre. Dopotutto non c’é molto altro che sai fare. O che sei buono a fare. Andare, dare sudore a quelle cose che contano per te. E ascoltare le persone, cercare di capire e sentirle. Magari farti domande che non ti sei mai fatto, domande anche un pò scomode, che ti mettono spalle al muro. Da cui partono riflessioni, su persone che ti sorprendono, o che ti deludono, nonostante anni di amicizia e dedizione. E prendi decisioni. Sempre correndo però. E se davvero avremo finito la benzina, beh…. che fare …

E vabbé andremo con la frizione, o senza marcia, anche se non si potrebbe, sperando di durare il più a lungo possibile.

Perché c’é a chi quel motore, altro che senza benzina. Ti ritrovi a pensare a cosa rappresentava per te quella persona, cprima che il motore esplodesse, così, senza un perché. Un perché c’é sempre, ma non é alla nostra portata. E allora ancora  domande. Domande di quelle che ti cambiano, tra un battito di ciglia e un altro degli occhi sbarrati in una notte d’estate in cui vorresti tenerti abbracciato a chi cerca, faticosamente, di riempirti continuamente il serbatoio, ma il corpo si rifiuta.
Come biasimarlo, cù ‘stu caldo. E piano piano inizi a pensare cosa fosse per te quella persona, cosa ti ha insegnato in quel pò di tempo condiviso, magari sempre distratti da altro, e ti ritrovi, sudatissimo, dolorante, a due ore dalla sveglia a sorridere, e poi a ridere pensando a quel pò di tempo. E ti addormenti sapendo che qualcosa di buono é nato in te a causa di quelle persone. Magari eri solo un bambino, ma lo sai. E sperando che quando sarà il momento, qualcuno pensi lo stesso di te.

E vedi piano piano sfilacciarsi qualcosa per cui hai lavorato duro per quasi dieci anni, e il tutto inizia da te. Da dentro di te, da quel corpo che hai cercato di sentire, da cui hai imparato tanto, e che tutt’a un tratto decide che non avevi ragione tu, ma tutti quelli per cui quel sudore era sprecato, passatempi da ragazzini, da ignoranti e nullafacenti. E ogni giorno quelle riflessioni fatte mesi prima si dimostrano più vere e fondate, ma non puoi trasformarle in fatti, nelle condizioni in cui sei. E vedi che c’é chi, coscientemente, o no, trascura e esce da progetti lunghi anni. O li lascia andare là, a morire senza lottare, per la codardia di non mettersi in discussione. Sperando che magari qualcun altro li porti avanti. Senza nemmeno saltare prima che la nave affondi, magari. E in un altro contesto qualcuno invece lotta anche per te, credendo fortemente in te,cercando  di farti andare avanti crescendo sempre di più, imparando e affrontando problemi nuovi e vari e grossi.

E in tutto questo, magari, non c’é tanto tempo per ringraziare chi insieme a me sta sopportando quest’anno non solo in prima singolare, ma anche in prima persona plurale, e che ha deciso quest’anno di mettersi al dito un peso bello grosso, e di toglierne un bel pò dalle mie spalle. E di dirle tante cose, che, come ho già scritto, questa canzone un pò dice. E richiama sensazioni che beh, dopo anni, sono sempre uguali.

Ti ho trovato

•giovedì, 23 luglio 2009 • Lascia un commento

Ti ho trovato, tra un’onda e l’altra

Nuotando più in là delle mie abitudini,

Sentendo più forte quello che ho in me.

Ti ho trovata,

Nascosta dietro il tuo corpo

Ti ho vista, fatta d’argento e di madreperla,

Di odore di basilico

E colore di terra

Quando non ti guardavo,

E non ti toccavo,

Avevi odore, colori,

di tutto quel che sentivo, e vedevo.

Quando come sabbia mi sfuggivi dalle dita

ti sentivo grattare dietro ogni costola,

dentro ogni respiro.

Adesso, quando ti trovo, ogni mattina, da tanto,

al mio fanco,

Hai il colore della prima luce che vedo,

l’odore dell’aria che mi ridà, ogni mattina,

la vita.

 
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